Isabelle Caro e l’anoressia: un racconto diverso

Nuda, per le strade, visibile agli occhi dei passanti intenti nel loro da fare, forse incuranti, forse ripugnati, forse perplessi per la mia estrema magrezza, per quel viso emaciato, per quelle ossa, per quelle occhiaie sotto i miei grandi occhi chiari con cui io non mi vedevo più.
Così mi ritraeva un manifesto pubblicitario.
Me ne vergognavo ma l’ho voluto, per non nascondermi più, per poter parlare silenziosamente del mio dolore, per provare ad essere d’aiuto a chi, come me, è caduto o ha la tentazione di cadere nella trappola dell’anoressia.

Ricordo bene il giorno in cui decisi di non mangiare più. Ora so che quel giorno e quella decisione hanno cambiato la mia vita per sempre.
Avevo dodici anni, stavo crescendo, non potevo accettarlo, non dovevo farlo.
Dovevo restare la bambina di mia madre, perché il suo amore (troppo amore) mi aveva rinchiusa in una prigione.
Ero tutto ciò che le restava di un rapporto finito con mio padre (che, tra l’altro, ho conosciuto successivamente).
Non mi permetteva di uscire, non mi ha permesso di frequentare la scuola, ho studiato in casa.
Mi comprava scarpe di misure più piccole affinché io non crescessi.
Mi ha fatto prendere lezioni di violino in casa; a me non piaceva ma era fondamentale per me compiacerla perché c’era solo lei nella mia vita.

Sono cresciuta sola, solo con lei.
Quando un giorno le ho chiesto se riteneva giusto che perdessi qualche chilo, la sua smorfia di disgusto nel guardare il mio corpo, accompagnata da un <<Sì, dovresti>>, ha fatto scattare in me l’idea di non mangiare più.
In poco tempo sono arrivata a pesare 39 kg.

A diciotto anni ho preso la mia prima vera decisione: andare via di casa.

Il mio corpo mi ha permesso di entrare nel mondo della moda, poi ho vissuto di eccessi, infine, nella recitazione, nel teatro ho trovato un appiglio, una cura, un mondo nuovo che mi permetteva ogni volta di essere una persona diversa, perché avrei voluto essere chiunque, tranne me, tranne quell’aliena che si aggirava per le strade della città, fragile, sola, ingabbiata nell’ossessione del cibo che mi ha portata a pesare 25 kg e poi al coma.
Ho visto il buco nero della morte che col suo orrore stava per portarmi con sé.

E’ stata un’esperienza indescrivibile ma sono sopravvissuta e così, quando successivamente mi hanno chiesto di mettermi in posa per un famoso marchio di moda, ho accettato; per poter dire che di anoressia si muore, per poter dire che l’anoressia non è uno stile di vita (come alcuni blog pro-ana in circolazione inducono a credere) ma un malessere dell’anima che bisogna affrontare con cura.
La mia immagine ripugnava anche me  ed  accettare per me non significava promuovere un modello di bellezza, bensì il contrario, significava anche poter dire: <<Non fate come me>> e dire, probabilmente, a quel mondo patinato che certi modelli di bellezza e perfezione sono da superare, non sono reali e non fanno bene.
Eppure, nonostante a livello inconscio fossi più che razionale, continuavo a non sentire, a non vedere, a non mangiare.
Ricordo lo scalpore di quei giorni, il brulicare di parole, delle istituzioni, delle associazioni, delle persone che incontravo, di chi mi riconosceva solo come “Isa l’anoressica” non “Isa la persona”, Isa che ha un’anima, un cuore, una testa, come tutti; fino a stupirmi quando un giorno, in metropolitana, uno sconosciuto mi ha parlato semplicemente del tempo, del clima, d’altro.
Mi sono sentita normale, come forse mai era accaduto.

Mi hanno chiamata alla radio, in televisione, mi hanno intervistata, ho scritto un libro con la speranza che la mia esperienza potesse essere un monito, un aiuto per chi soffriva ciò che io soffrivo. Mi stavo convincendo che quelli erano i passi verso la guarigione, verso la vita.

Poi è calato il silenzio, le forze interiori che stavo ritrovando così come l’entusiasmo sono venuti a mancare.
Ricostruire una vita significava fare un lavoro su me stessa che da sola mi risultava impossibile. Sono ricominciati i ricoveri. La morte mi ha presa con sé, stavolta davvero, a ventotto anni.

Ora sono qui, dall’altra parte, in quell’angolo eterno di spazio-tempo in cui mi vedo finalmente allo specchio.
Rivedo allo specchio quei miei ventotto anni e, guardando, ho scoperto che in quei giorni in cui nuda ero visibile a tutti, altri occhi mi hanno guardata senza usare parole.
Erano gli occhi di quelle come me, di quelle che avrebbero solo voluto abbracciarmi e dirmi: <<Usciamone insieme>>.

Ora sono l’anima che volevo mostrare, ora che la mia vita terrena si è arrestata, o meglio, che io ho arrestato a dodici anni perché fosse diversa, penso che altrove qualche ragazza, magari proprio grazie alla recitazione, a quei sogni che nonostante tutto avevo, si è salvata.
E se la mia immagine, il mio libro, il mio ricordo hanno contribuito a questo, se ho aiutato anche una sola vita non ho vissuto invano, non ho sofferto invano, non sono morta invano.

Ora rivivo negli occhi di quelle come me, delle mie amiche, delle mie sorelle, rivivo nel loro eterno abbraccio.

Isabelle Caro anoressia



*Il racconto è ispirato alla vita e alla storia di Isabelle Caro, modella e attrice francese, divenuta famosa per aver posato, nel 2007, per una campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani.

Non entro nel merito del polverone mediatico che si sollevò a quei tempi, non m’interessa farlo.
La vita è troppo preziosa per essere ridotta ad un banale processo.

Sospesa tra perdita e bellezza, il mio intento è solo recuperare i frammenti di una vita vissuta, che vorrei fosse ricordata e che, con la scrittura, provo a far ri-esistere e resistere nel vuoto prodotto dalla dimenticanza. 

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