Sound of my voice: una voce dal futuro

Sound of my voice è un film statunitense del 2011 recitato, scritto e co-sceneggiato da Brit Marling insieme a e Zal Batmanglij.

Film sulle sette senza le insidie delle sette e sulla fantascienza senza alcun elemento fantascientifico, Sound of my voice è l’ennesima piccola perla di sceneggiatura che gioca con verità e menzogne, psicologia, menti fragili ed altri fattori.

La recitazione della Marling affascina per una sensazione di intelligenza, profondità, carisma, che poche hanno.

Ed era quindi perfetta per questo suo (quasi) primo ruolo, quello di una ragazza a capo di una specie di setta.

Maggie (la Marling) dice di esser venuta dal futuro, dal 2054.
Si è risvegliata nella vasca da bagno di un hotel, nuda, senza nulla.

Piano piano ha riacquistato memoria e consapevolezza e ha scelto un gruppo di Eletti, una decina di persone che devono aiutarla ad affrontare il mondo che verrà.

Un mondo dove gli Stati Uniti saranno mezzi distrutti da una guerra civile, dove ci sarà poco cibo, dove paradossalmente la tecnologia verrà soppiantata da un ritorno alle cose naturali e semplici.


Una coppia riesce a far parte degli Eletti ma è lì solo per girare un documentario che smascheri questa donna.

Tutti gli adepti vengono sempre prima bendati e legati, di modo che non si sa dove sia lo scantinato dove avvengono le sedute.

Maggie è veramente venuta dal futuro?

sound of my voice

In effetti è difficile parlare di setta per delle riunioni in cui nessuno prende soldi, in cui non avviene nessun fatto eticamente discutibile, in cui gli adepti tornano tranquillamente alle proprie vite, in cui si può lasciare quando si vuole. 

Tutti elementi che vanno a favore di Maggie.
Ma se lei non ha nessun tornaconto personale, allora cosa vuole veramente?

E se fosse lei l’Eletta?

Ne nasce un film di quasi solo interni, di psicologie, di sguardi, di cambiamenti di prospettiva.

Fino a che non arriviamo alla scena madre, meravigliosa, quella in cui Maggie canta.

Una canzone del futuro, dice, ma appena comincia a cantare le parole e le note di Dreams dei Cranberries vengono fuori.

Ne viene fuori probabilmente la scena più densa, quella più insidiosa, la più potente.

Maggie dice che nel suo tempo è un altro gruppo a cantarla.

E se nel suo tempo fosse davvero così? Se il futuro avesse bisogno di una sorta di ripresa del passato?

Maggie, creduta o meno, se fosse l’Eletta, non potrebbe dire tutto.

Si arriva così ai minuti finali davvero notevoli.

La poliziotta che ci dà quasi la certezza sull’identità di Maggie, un’identità poco piacevole.

La sequenza dei vermi mangiati, il museo di storia naturale preistorico (contrapposto al futuro che lei rappresenta, bellissimo), la bambina che le si avvicina.

Quella bambina di cui dice di essere la madre ma che mi fa pensare di essere stata lei nel passato.

Maggie alla fine verrà portata via, ha detto troppo, ha fatto troppo.

Allora il vero finale è quello in cui si rivolge a Peter, il documentarista che tentava di smascherarla; dicendo: <<Non è una mia scelta ma tua>>.

Difatti è una nostra scelta credere in futuro che riprendendo elementi del passato e proponendo novità significative dal presente possa darci dimensioni nuove per il tempo che verrà.

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